Veni vidi Velo

di Gianluca Favetto

Vai per uno spettacolo e trovi la vita. Capita a volte quando, al posto dei professionisti, incontri dilettanti cresciuti nella passione, gente che per mestiere fa altro, ma per piacere e necessità si diletta con l’arte, si diverte, la mette in pratica, le dà forma. Accade che tu vada per raccontare un modo di fare teatro e, dietro – anche dentro, soprattutto dentro – ci trovi un paese piantato su un bellissimo altopiano, che rischia e rosica, cioè rischia di essere rosicato. Rosicchiato a colpi di ruspe e dinamite che seminano sventramenti rossastri fra boschi e colline. Sono più di duecento le cave fiorite sulle montagne veronesi a cominciare dagli anni Cinquanta, poche ripristinate come vuole la legge. Ma questa è una storia più brutta, da arginare. Un altro tipo di messinscena, con appetiti economici e interessi politici a farla da padroni.

Per ora l’altopiano è ancora una meraviglia. Come il teatro che vi è radicato e da quattordici anni si coltiva in un paese di 750 abitanti. Un’esperienza rara. A cinquanta chilometri da Verona. In Lessinia. Che sembra un nome da leggenda. C’entrano i Cimbri, quindi un po’ di leggenda c’è. Terra cimbra, questa. Colonizzata da un popolo del Nord sceso alla fine del Duecento e distribuito fra Alto Adige, dorsale veronese e valli vicentine. Velo, a mille metri di altitudine, è il più piccolo paese della Lessinia. Piccolo, ma ci vogliono cinquanta borgate per farlo tutto, pugni di case sparse in un vasto territorio ondulato. Allevatori di bestiame, contadini, cavatori. Piste da sci. Un po’ di turismo estivo. Due spaventosi tralicci che funzionano da ripetitori proprio sulla testa del paese. Prati macchiati di rocce, cavità carsiche, faggeti e malghe, 365 come i giorni dell’anno, suggestive costruzioni in pietra a servizio delle vacche che fra giugno e settembre arrivano a decine di migliaia. E ancora: negozi, un albergo, due pizzerie, una banca, un asilo, una scuola elementare, un cimitero, un campo da calcio e uno da tennis, tre riserve naturali, nonché un Museo di geopaleontologia inaugurato nel 1999 a Camposilvano grazie ad Attilio Benetti, autodidatta, che in ottant’anni di ricerche ha recuperato e classificato migliaia di fossili, soprattutto ammoniti, e ora lo trovate nei libri di scienze, perché due fossili portano il suo nome, il Lessinorhynchia Benettii e il Benetticeras Benetii.

Chiamati dal passa parola
Poi c’è una chiesa del primo Ottocento. E accanto alla chiesa, un teatro. Duecento posti che guardano un palcoscenico di nove metri per sei. È qui che la vita si fa spettacolo, la storia si fa avventura, la memoria si fa presente. E i foresti vengono per questo. Vengono da tutta la provincia, da buona parte della regione, qualcuno anche da più lontano. Funziona con il passa parola. Poi, loro vanno in giro per teatri, escono dalla Lessinia in tournée. Così uno li scopre fuori e poi sale in valle a vederli. Assistere a uno spettacolo a casa loro vuole dire incontrarli.

Loro sono le Falìe di Velo Veronese. Falìe in dialetto significa fiocchi di neve. E questi fiocchi di neve, dal 1990, hanno dato vita a un coro polifonico, un coro di bambini e una compagnia di teatro. Trecento persone, in tredici anni, impegnate in attività teatrali, corali e anche cinematografiche. Più di metà paese. Mestre elementari, rappresentanti di vino, commercianti, infermieri, guardie forestali, muratori, casalinghe, pensionati, artigiani, contadini, studenti. Più due che vengono da paesi della valle. Più uno che viene da Verona e fa l’avvocato penalista, Guariente Guarienti, 65 anni portati da giovanotto, un entusiasta intelligente, un drogato di letteratura innamoratosi delle Falìe. Anche lui rinato attore sotto la direzione di Alessandro Anderloni, 32 anni, che scrive i testi, firma le regie, dirige il coro, incide dischi, confeziona video, conduce laboratori nelle scuole, collabora a riviste, studia e difende le tradizioni cimbre. Il suo cognome in cimbro an der loan vuol dire alla slavina.

Una slavina di energia, di attività, di talento. Cinque lavori rappresentati, tutti nella lingua del luogo, cinquanta serate all’anno, compresi i concerti. Da La Madona l’à portà la luce (1993), rievocazione del passaggio della Madonna Pellegrina nel 1950, a Sera i oci, te conto ’na storia… (1995), commedia musicale per ragazzi; da I colori dell’arcovergine (1998), sullo spopolamento della Lessinia, a La cattolica e l’ardito (2000), gli anni Trenta in un paese tra fascio e acqua santa, fino a Gli esulanti dell’8 settembre (2003), il periodo 1943-45 vissuto fra nazisti e Resistenza. Spiega Anderloni: «Siamo nati nel teatrino parrocchiale, qui fra noi, e adesso che andiamo in giro con gli spettacoli abbiamo sempre una certa apprensione: capiranno il nostro dialetto?, il pubblico riuscirà a riconoscersi in una storia ultralocale?, come accoglieranno un gruppo di non attori che racconta un pezzo di sé e della propria terra?, riusciremo a essere credibili?». Lui sostiene che al fondo della domanda c’è un mettersi in gioco, il tentativo di reinventare il vivere in montagna attraverso il fare teatro, riappropriandosi della loro storia. Al fondo della domanda, però, c’è anche una risposta più semplice: sì.

Sì, riescono ad essere credibili, a essere veri. Veri attori e veri personaggi. Vere storie. Tutto comincia con un gesto di ribellione, uno scatto d’orgoglio. «Nel 1986, a 14 anni, abbiamo preparato uno spettacolino con l’idea di raccogliere fondi per una missione in Cameroun. Abbiamo fatto tutto noi anche per reazione a un articolo apparso su L’Arena di Verona intitolato Velo, il paese più povero della provincia. Venivamo presentati come realtà depressa, arretrata, fuori dal mondo. In uno sketch ribaltavamo la situazione, e i giornalisti che venivano quassù trovavano un paese vitale, con decine di coppie che si sposavano e facevano figli, e c’erano molti locali e tutti affollati, e i servizi di collegamento con la città erano eccellenti, e gli allevatori riuscivano a mungere da una vacca nove milioni di litri di latte al giorno».
Hanno esagerato, ma si sono divertiti. E hanno deciso di continuare. Nel 1990, grazie a don Luigi Sartori, rinasce il coro del paese. Lo dirige Luciana Anderloni, madre di Alessandro. Tempo un anno, il figlio scalza la genitrice e prende in mano la bacchetta. «Dopo tre stagioni di concerti, mi dico: perché non faccio partecipare il coro ad una rappresentazione teatrale? Mi piaceva l’idea che un coro fosse protagonista di una commedia. Sai, qui c’è sempre stata una tradizione teatrale. Nelle nostre contrade, nelle stalle, recitavano a memoria la Divina Commedia attribuendo i personaggi, e c’era anche chi metteva in scena le tragedie di Vincenzo Monti. Terreno fertile, insomma. Bene, avevo appena sentito parlare della Madonna Pellegrina portata in processione anche qui nel 1950: ho provato a rievocare la grande festa di allora». Ha intervistato i vecchi, raccolto testimonianze, messo insieme fatti ed emozioni, temperie sociali e stati d’animo. Poi ha imbastito una trama, trovato personaggi e scelto attori. Un’ottantina di compaesani, molti dei quali avevano vissuto gli anni Cinquanta. Lui li guidava nel ruolo del curato.

Anche sul grande schermo
Qualche anno più tardi, due spettacoli dopo, dieci mesi di ricerche e quattro prove, debutta La cattolica e l’ardito, diventato anche un sorprendente film distribuito in cassetta. È la storia del Ventennio a Velo raccontata attraverso un marito iscritto al Partito fascista e una moglie dell’Azione cattolica. Una sorte di Benito e Don Camillo. «Per questo lavoro», racconta Anderloni, «ho insegnato Giovinezza a trenta bambini. A un certo punto la cantavano entusiasti, convinti. Sono andato in crisi: ma cosa sto facendo?, mi sono chiesto. La risposta mi è venuta dalle loro facce incredule: si sono resi conto da soli dell’assurdo di questa esaltazione collettiva, di quanto fosse ridicolo e roboante quello che stavano facendo. Hanno colto il carattere di farsa. Nel contempo, specularmente, vedevano lo stesso tipo di esaltazione nell’attività dell’Azione cattolica. Una bella esperienza. Tutto quello che abbiamo raccontato, comunque, è stato vissuto qui, dai nostri padri e dai nostri nonni».

Tutto ciò che raccontano, sempre, prima è stato vita. Ultimo esempio di questo teatro che recupera memorie, esistenze, tracce reali di umili persone, è Gli esulanti dell’8 settembre, che ha debuttato lo scorso giugno e adesso è in tournée in provincia e in regione. Magari aspettate che torni a Velo, il prossimo maggio: impagabile vederlo lì dove è nato. Uno spettacolo ricco, denso, emozionato e comico. Con una lingua che ti afferra e ti trascina attraverso le storie anche quando non la capisci. «Mentre cominciavo a pensare allo spettacolo», rievoca Anderloni, «mi sono accorto che Velo si avevano ricordi pessimi della Resistenza, peggio del fascismo. Pur con incendi e massacri, i tedeschi hanno lasciato una memoria migliore rispetto ai partigiani, responsabili in tutta la Lessinia di numerosi misfatti. Allora ho studiato le carte e ho scoperto che il Cln vicentino e anche quello veronese avevano preso le distanze dai partigiani operanti qui: per il loro comportamento esecrabile li hanno persino condannati a morte. Il punto di vista del racconto è quello della gente in balia di fascisti, tedeschi e partigiani, vittima di una guerra che non aveva voluto e di cui sapeva poco o nulla».

Sono una quarantina in scena. Ci sono gli esulanti, cioè coloro che durante o subito dopo la guerra sono stati sradicati dalla propria terra e dai propri affetti. Ci sono i guerreggiati, cioè quelli presi a guerra, investiti dalla guerra come da una cannonata. Poi gli sfollati e coloro che li ospitano, i samaritani, i renitenti, i ruffiani, i manutengoli, gli spartigiani, i delinquenti, i fascisti, i tedeschi, anche gli inglesi. Un’altra quarantina di persone sono dietro le quinte come fotografi, datori luci e suono, scenografi, costumisti, musicisti, sarte, truccatrici, operatori video, assistenti. Ciò che rimane è che tutto questo non fa folla, fa paese, comunità. Ciò che rimane è il senso di comunità. Il senso di una comunità che si interroga e si racconta. Prende coscienza. Si dice a se stessa. E, dicendosi a sé, si fa racconto universale. È la magia semplice di chi si rivela. Di chi si fa vela. Tu puoi soffiarci il vento che vuoi e l’imbarcazione ti fa navigare nella storia. Sono vela, loro. Lasciatevi trasportare. Non li dimenticherete.

Diario, anno IX,  n.5, 5-12 febbraio 2004